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Venerdì 10 Luglio 2009 16:49 | PDF Stampa

Siamo qui perché Matrix ha fallito. Siamo qui perché la nostra consapevolezza ci ha scardinati dal sistema operativo. Siamo venuti qui per tagliare il cordone ombelicale che ha risucchiato le nostre energie vitali finora. Vogliamo interrompere il flusso che nutre l’esistenza dell’organismo del controllo.



Il nuovo ordine economico e geopolitico e sociale si impone oggi attraverso l’esercizio del controllo su ogni forma di espressione umana, con l'unico obiettivo di renderla adattabile ed utilizzabile per la sua stessa riproduzione; ne vediamo la violenza nel suo pervadere ogni aspetto dell’esistenza di tutti, nell’attraversare e condizionare aspettative e scelte di vita, nel suo imbrattare i pensieri e l’immaginazione con i simboli del mercato delle merci e delle idee, nel farci particelle inconsapevolmente coerenti all’interno della sua nebulosa contaminata e contaminante.
Il controllo produce e riproduce controllo, ed i suoi limiti sfumano nella nostra zelante attività di libero soffocamento di noi stessi - cioè, il controllo è immanente al corpo sociale e non lo trascende affatto.
La comunicazione, nell’era della comunicazione globale, è un collante fondamentale per tutti e tutti ne diventiamo strumenti, prodotti e riproduttori. Essa stessa è veicolo del continuo rigenerarsi del sistema, perché utilizzandola ne assumiamo e trasmettiamo i significati, i sottintesi, le omissioni; vale a dire, tutto ciò che crea senso comune, criteri di giudizio, opinione, consenso; così ognuno di noi ne diviene portatore inconsapevole, così tutti senza saperlo pongono il loro mattone per la costruzione del loro carcere dorato. Quello che la comunicazione ci dice durante tutta la nostra esistenza è che siamo liberi di scegliere il modo in cui farlo, ci dice che così si raggiungono gli obiettivi e la realizzazione di desideri predisposti per noi - ma non ci dice: di vite spese solo per questo. Ce ne accorgiamo quando incrociamo percorsi condizionati di vite condizionate, che non sanno né vogliono darsi sensi e direzioni anche solo parzialmente diversi da quelli che hanno intrapreso, quando percepiamo la sensazione di ineluttabilità che li determina. Perché questa architettura non potrebbe reggersi se non trovasse una necessità giustificante proprio al suo interno: camminiamo sulla convinzione che solo quello in cui viviamo è il sistema migliore esistente e pensabile perché il migliore sistema pensabile ed esistente è solo quello in cui viviamo. Nessuna alternativa esce da questo orizzonte. Questa è la certezza che ci è stata insinuata, l’intima sicurezza di essere unici custodi della democrazia, della giustizia, della libertà. Di fare parte di un cosmo eticamente completo, di aver raggiunto un livello di sviluppo al quale tutti, prima o poi, dovranno adattarsi, lo vogliano o no.
E quindi la Storia è finita, aspettiamo che gli altri ci raggiungano o li aiuteremo noi, coi mezzi che riterremo più opportuni. Non c’è nient’altro da cercare, la totalità si è realizzata. A tutto si dovrà cercare una risposta che utilizzi lo stesso alfabeto con cui è stata scritta questa storia, che ne esprima gli stessi significati e che giunga alle stesse conclusioni. Che abbiamo vinto, e non poteva essere altrimenti.
Nulla sfugge a questa logica invasiva e inclusiva di tutto: ogni cosa ha senso e spiegazione solo al suo interno, e quello che non vi rientra ha due possibilità: o non esiste, o non deve esistere. Il nuovo impero si autocostituisce, in questo modo, nei fondamenti etici e nella pratica che ne consegue, e, per farlo, stabilisce da sé le sue regole e le sanzioni per chi le infrange.
Non c’è più bisogno di chiedere aiuto altrove. Il Grande Fratello è qui. Ed il controllore, al solito, controlla se stesso.
Se pace, giustizia, libertà, dunque, sono i fondamenti etici su cui si basa questa storia, ogni atto che le metta in discussione per come qui sono intese è un attacco al migliore dei sistemi possibili, un attacco a noi stessi, un attacco da cui tutti sono chiamati a difendersi. Lo scandalo della barbarie. Ma nessuno osi chiedersi che cosa siano quella pace, libertà, giustizia che ora sono messe in pericolo, su quali presupposti si fondino: chi lo facesse, uscirebbe dai parametri che ordinano questo sistema e verrebbe appiattito sulla posizione dialetticamente opposta a quella giusta. Diverrebbe nemico.
La menzogna del terrorismo viene usata per schiacciare il dissenso e vuole giustificare la pacificazione del conflitto distogliendo l’attenzione dalla ovvia risposta alla doverosa domanda: cui prodest? Chi si rafforza col terrore è solo chi si legittima ad utilizzare la violenza per livellare le costruzioni destabilizzanti in cui abita qualcosa diverso dal pensiero unico, e non a caso esso si scatena nel momento in cui quel qualcosa sovversivo contamina la base sociale ed inizia a corrodere gli assiomi del potere. Nel nostro Paese accade da quando la democrazia si è affermata, ma basta dare un’occhiata al cortile internazionale per vedere come funziona lo spianamento del nemico in qualunque altrove.
I carri armati a Ramallah, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, i bombardamenti in Afghanistan, la Guerra Permanente contro il terrorismo internazionale, che toglie ogni senso di finitudine e limite alla guerra e ci terrà sospesi per sempre, sono la nuova prospettiva che attende l’umanità, giustificata dall’indiscutibile ed assoluta moralità che muove ogni azione di polizia internazionale dall‘Iraq a oggi.
Ma chi sceglierà d’ora in poi i criteri per distinguere il genocidio dalla guerra al terrorismo? quanti Paesi del W.T.O. potranno usare questo alibi per protrarre indisturbati lo sterminio delle minoranze scomode? e gli Stati Uniti sono essi stessi terroristi? in base a cosa loro no - proprio loro - e tutti gli altri sì? e perché mai i talebani ieri no e oggi sì? e chi domani sì e chi domani no? quanto controllo per non cadere nella trappola del terrorismo e nella paranoia dei bombardamenti etici ed intelligenti?
Benvenuti nell’era della Giustizia Infinita e della Libertà Duratura. Guerra al terrorismo, fuori, dentro i confini, in una repressione estesa all’infinito in cui tutto si confonde, i significati non hanno più alcun valore, tutto serve a livellare, annientare, annichilire, per spianare la strada al controllo. In nome della democrazia e della libertà.
Fermo restando che la democrazia e la libertà che qui ci vengono imposte non sono che la faccia luccicante di una medaglia utilizzata per scambiarle con l’accettazione passiva dell’ordine imperiale. Vale a dire, spazi di privilegio rubati al resto del mondo, e coscienze messe a tacere per usufruirne. La nostra società si è adattata fatalmente a questo disegno, pagando il prezzo della pacificazione dei conflitti con la narcosi delle contraddizioni che la attraversano, rientrando così in una logica ed in un ordine sovrastanti che le prevedono in tutto e si reggono su di esse.
Noi stessi ci troviamo pienamente inseriti in questa realtà totalizzante: ma la nostra estraneità è data dalla consapevolezza di farne parte e di sapere di non volerlo. La nostra forza deriva dal conoscere e riconoscere questa complessità che ci circonda, dal conoscerci e riconoscerci come sue parti integranti; dal vederci ora, in quanto tali, potenziali sabotatori di meccanismi che dovremmo invece lubrificare.
Abbiamo scelto la pillola rossa, quella che scioglie l’impalcatura eretta per nascondere le mura marcite della città globale. Ognuno di noi col suo ruolo sempre essenziale al nuovo ordine: come studenti incanalati in direzioni sempre più determinate e determinabili o come lavoratori flessibili intermittenti, a cui viene espropriata la possibilità di scegliere e di vivere fuori dal ricatto di necessità indotte, di modelli di vita a cui bisogna adattarsi, ricatto che ci strangola fra alternative precostituite, che ci vuole utili ed utilizzabili per il suo stesso mantenimento, che ci chiede le nostre vite in cambio di sbarre trasparenti. Ma soprattutto, che invade i nostri cervelli per trasmettersi all’infinito.
Abbiamo imparato a capire che in questo modo oggi lo spazio per il dissenso è quello relegato alla repressione, abbiamo imparato cosa significherà d’ora in poi il monito o con noi o contro di noi, perché un pensiero diverso oggi è già di per sé un virus incompatibile e distruttivo immesso nel sistema. E, con buona pace delle sentinelle che ci inseguono, il nostro virus ha una potenza contaminante incontrollabile, perché si diffonde orizzontalmente, utilizza i loro stessi strumenti, libera dalle recinzioni pensieri e saperi, si riappropria della sua energia e la rivolta contro di loro. Negli stessi luoghi in cui l’officina del controllo dovrebbe essere pienamente efficiente si produce conflitto, si demistifica la realtà, si perde il senso imposto dai termini svuotati e si ritrova quello autentico immune all’ipocrisia.
Qualcosa, è evidente, si sta muovendo. La pacificazione non ha cittadinanza nel mondo che ci immaginiamo e che vogliamo costruire, e in questi mesi milioni di persone stanno dicendo esattamente la stessa cosa. Non ci spaventano le pistolettate di Genova, non ci fermerà il nuovo regime di terrore che si sta affermando con ineffabile puntualità proprio ora. C’è chi sicuramente vorrebbe porre un coprifuoco ad oltranza, per non vedere quello che molto probabilmente sta per travolgerlo.
Ancora una volta, non esiteremo ad uscire, perché chiusi in casa non si vede bene il sole.
 

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